Da settimane attorno a Pisacane si sta costruendo qualcosa che va oltre il calcio. Articoli celebrativi, “miracolo tattico”, storytelling sull’allenatore emergente e moderno. Quasi una narrazione da libro Cuore.
Basta guardare le partite per accorgersi che la realtà è molto meno romantica.
UN CALCIO VECCHIO RACCONTATO COME NUOVO
Il Cagliari di Pisacane non ha giocato un calcio moderno. Ha giocato un calcio vecchio stampo italiano: linee basse, densità difensiva, ritmi lenti, poca pressione offensiva, ricerca costante dell’episodio. Un calcio pensato più per sopravvivere che per dominare.
Questo modello oggi viene raccontato come innovativo proprio mentre il calcio europeo va nella direzione opposta. Girona, Bournemouth, Brest — squadre con risorse limitate ma idee forti — cercano aggressività, pressing alto, costruzione coraggiosa. Il Cagliari invece ha spesso abbassato il baricentro, rinunciato al possesso e lasciato il controllo del gioco agli avversari. Anche contro squadre abbordabili. Anche contro il Pisa.
UN UNDICI TITOLARE MAI VISTO
In trentasette giornate, il Cagliari non ha mai schierato lo stesso undici per più di due o tre partite consecutive. Mai. Borrelli titolare alla prima, poi sparito. Folorunsho — preso con grandi aspettative — impiegato a singhiozzo per tutta la stagione. Kilicsoy: 967 minuti totali. Il modulo cambiava, i titolari cambiavano, le gerarchie cambiavano.
Non era flessibilità tattica. Era una squadra senza certezze.
LA LINEA VERDE CHE NON SI È VISTA
Si insiste molto sull’idea di un Cagliari “giovane” valorizzato da Pisacane. Ma serve equilibrio. Tolto il caso Idrissi, è difficile parlare di una linea verde lanciata con continuità e coraggio. Il club ha continuato ad affidarsi soprattutto a giocatori esperti, senza quella crescita strutturale dei giovani che oggi caratterizza i progetti europei emergenti.
Il caso Palestra è emblematico: si parla di valorizzazione, ma quella valorizzazione frutterà zero al Cagliari.
TRE CROLLI CHE GIÀ DIMENTICHIAMO
Questo Cagliari non ha avuto un momento difficile. Ne ha avuti tre.
Ottobre-novembre: Inter, Bologna, Sassuolo, Lazio — quattro sconfitte in cinque partite.
Dicembre-gennaio: il fondo toccato a Genova, 3-0, senza reazione.
Febbraio-aprile: sette risultati negativi in otto giornate, quasi due mesi spariti dal campo.
Poi tre partite di adrenalina pura e la salvezza è arrivata. Bello. Ma trasformare tutto questo in una rivoluzione calcistica è un esercizio di eccessiva fantasia.
IL MERCATO GIÀ PARLA CHIARO
Intanto partono le sirene. La Lazio avrebbe già contattato Pisacane — primo sondaggio del ds Fabiani, confermato nei giorni scorsi. La Fiorentina lo segue. Folorunsho non dovrebbe essere riscattato: 8 milioni che il club ha deciso di non spendere, segnale che nemmeno la società era del tutto convinta. Palestra torna all’Atalanta. Obert sul mercato.
La squadra che ha conquistato la salvezza tra qualche mese potrebbe non esistere più.
IL RISCHIO NON È SOLO TECNICO
È culturale. Quando il marketing dell’immagine supera l’analisi reale delle partite, si finisce per raccontare una crescita che forse non c’è mai stata davvero. Nel calcio italiano funziona ancora così: si confonde il soffrire con il giocare bene, si esalta la resistenza come fosse evoluzione tattica, si vende come “organizzazione” quello che spesso è semplice paura di scoprirsi.
La salvezza conta. Ma il futuro si costruisce con le idee, non con la narrazione.
Pisacane resta o va? E soprattutto — questo Cagliari merita un progetto vero o ci accontentiamo ancora?