Nel calcio moderno non esiste parola più abusata, svuotata di significato e feticizzata di “progetto”. A Cagliari, negli undici anni di presidenza di Tommaso Giulini, questa parola è diventata un mantra quasi terapeutico, evocato a ogni cambio di rotta per giustificare l’ennesima rivoluzione. Come in una seduta di cartomanzia: si mescolano le carte, si soffia sul futuro, si promette un destino radioso. Poi si ricomincia da capo.
La matematica non mente: undici anni, otto Direttori Sportivi diversi, più un ritorno. Media: un capo dell’area tecnica ogni quattordici mesi. Chiamarla programmazione è un esercizio di equilibrismo dialettico. La realtà somiglia molto di più a una cronica instabilità strategica, dove la narrazione della società si è puntualmente scontrata con decisioni umorali e repentine inversioni a U.
Per capire come il “progetto” rossoblù sia cambiato pelle anno dopo anno, basta analizzare la cronologia di chi ha firmato i mercati dell’era Giulini, mettendo a confronto i fatti dell’Isola con le credenziali mostrate nel resto d’Italia.
1. Francesco Marroccu (2014–2015): la falsa partenza zemaniana
Il primo “progetto” di Giulini nasceva sotto il segno della rivoluzione ideologica di Zdeněk Zeman. Un’idea di calcio totale affidata a un DS ereditato dall’era Cellino, in una convivenza nata già monca. Il mercato porta scommesse e giovani non pronti — Donsah, Longo, Capuano — con la sola intuizione Diego Farias. In uscita si subisce lo smantellamento della vecchia guardia: la cessione di Davide Astori alla Roma, l’addio a Pinilla. Finisce con la retrocessione e le dimissioni del DS.
Eppure Marroccu si è sempre mosso bene come uomo d’ordine in piazze calde e con presidenti vulcanici — Brescia, Verona, Genoa — gestendo la valorizzazione di Sandro Tonali e plusvalenze come Casale. A Cagliari, semplicemente, non c’era un terreno coerente su cui costruire.
2. Stefano Capozucca, primo mandato (2015–2017): il pragmatismo che sconfessa la “linea verde”
Dopo il fallimento dei giovani di Zeman, il “progetto” viene istantaneamente ribaltato. Spazio all’usato sicuro, all’Instant Team per vincere subito la Serie B. La linea verde sbandierata l’anno prima viene archiviata senza troppi complimenti. Arrivano Marco Borriello — 20 gol e addio polemico dopo un anno — Bruno Alves, Padoin, Storari e il riscatto di Farias. Si monetizza cedendo Ekdal all’Amburgo. Funziona: vittoria della B e undicesimo posto in Serie A. Ma l’idillio si rompe subito.
Capozucca al Genoa aveva costruito fortune immense scoprendo Diego Milito, Palacio e intuendo la plusvalenza Piątek, preso a 4 e venduto a 35 milioni. Un big del mercato che a Cagliari è stato usato come gestore dell’emergenza e poi liquidato.
3. Giovanni Rossi (2017–aprile 2018): l’equivoco milionario
Finita l’era della vecchia guardia, la narrazione vira sul modello emiliano: scouting, strutture, investimenti pesanti. Arriva Rossi dal Sassuolo, ma dura meno di un anno, esonerato in primavera con il Cagliari nel panico retrocessione. Si decide di investire tutto su un unico profilo pesante: Leonardo Pavoletti, circa 10 milioni. Arriva anche Romagna, si cede Isla. Un mercato cortissimo che lascia la squadra scoperta in mezzo al campo.
Rossi è l’uomo che a Sassuolo ha portato in Emilia Matteo Politano, Stefano Sensi e valorizzato Lorenzo Pellegrini. A Cagliari non ha avuto né il tempo né la necessaria protezione societaria per replicare quel modello.
4. Marcello Carli (aprile 2018–2020): il baccanale del Centenario
Subentrato per salvare la squadra nel 2018, Carli diventa il braccio operativo del momento più alto e insieme più pericoloso della gestione Giulini. La programmazione cede il passo al brivido del grande nome. La storica cessione di Nicolò Barella all’Inter — circa 45 milioni — finanzia un mercato faraonico ma squilibrato: il ritorno romantico di Radja Nainggolan, l’acquisto record di Nahitan Nández dal Boca, poi Simeone, Rog e Olsen. Nomi da Europa, monte ingaggi alle stelle, equilibrio tattico zero. Il giocattolo si rompe a metà stagione.
A Empoli, Carli aveva creato un miracolo sostenibile lanciando Rugani, Hysaj, Zieliński e Paredes. A Cagliari si è trovato a gestire un’improvvisa bulimia di grandezza che ha finito per ingolfare i bilanci del club.
5. Pierluigi Carta (2020–febbraio 2021): l’autarchia aziendale
Finita la sbornia del Centenario con un buco di bilancio evidente, la società cambia di nuovo narrazione: si torna ai giovani, alla valorizzazione interna e alle idee di Eusebio Di Francesco. Si promuove il responsabile del settore giovanile. Il mercato è schizofrenico: da una parte la scommessa su Gabriele Zappa e Marin, dall’altra l’instant-marketing di Diego Godín, parametro zero dall’Inter ma con uno stipendio insostenibile per le casse rossoblù. Finisce malissimo, con la squadra in piena zona retrocessione e l’esonero del tecnico.
6. Stefano Capozucca, secondo mandato (2021–ottobre 2022): il ritorno dell’usato sicuro
Cancellato il “progetto Di Francesco”, si torna al passato. Giulini richiama Capozucca per salvare il salvabile. È la certificazione del fatto che non esiste una linea guida: si naviga a vista. Arrivano i prestiti altisonanti ma svuotati di motivazioni — Strootman, Keita Baldé, Dalbert. Si centra una salvezza miracolosa nel 2021, ma l’anno dopo l’impalcatura crolla a Venezia.
La retrocessione del 2022 è un bagno di sangue finanziario: Capozucca deve gestire la fuga di massa cedendo João Pedro, Alessio Cragno e Simeone. Rimane l’unica intuizione: Gianluca Lapadula per la B, prima del licenziamento nell’ottobre 2022.
7. Nereo Bonato (novembre 2022–giugno 2025): il risanamento protetto da Ranieri
L’era Bonato è l’unica in cui la parola “progetto” ha avuto un riscontro reale, ma per un motivo preciso: l’arrivo di Claudio Ranieri, figura talmente enorme da fare da scudo totale alle oscillazioni umorali della proprietà. Mercato di riparazione contabile e patrimoniale. Si abbattono gli ingaggi, si punta su profili di categoria: Prati, Luperto, Zortea. A gennaio 2024 Bonato firma il capolavoro Yerry Mina a zero. Si generano plusvalenze vitali con Raoul Bellanova, Sulemana e Dossena.
Bonato è colui che ha preso il Sassuolo in Serie C e lo ha portato in Europa, blindando il club con Berardi, Zaza e Vrsaljko. A Cagliari ha dimostrato che, se lasciato lavorare senza l’ansia del colpo a effetto, i risultati arrivano: promozione e due salvezze. Ma alla scadenza del contratto, si cambia ancora.
8. Guido Angelozzi (giugno 2025–giugno 2026): la transizione lampo
Ingaggiato da Frosinone per blindare la linea verde e lo scouting sui giovani — suo marchio di fabbrica, vedi il colpo Gatti alla Juventus — la sua esperienza dura appena dodici mesi. Un’altra sterzata improvvisa, un altro reset dell’area tecnica. Le carte vengono rimescolate ancora una volta.
La discontinuità al potere: la sfida di Pietro Accardi
Arriviamo così all’estate del 2026. L’annuncio di Pietro Accardi, reduce dalla Sampdoria, viene presentato — indovinate un po’ — come l’inizio di un nuovo ed entusiasmante progetto triennale. La sfera di cristallo torna sul tavolo.
Il curriculum di Accardi non si discute: a Empoli ha impartito lezioni di player trading a tutta Italia, scoprendo e rivendendo a cifre astronomiche talenti come Guglielmo Vicario — ironia della sorte, scartato dal Cagliari, rivalutato da Accardi a Empoli e venduto al Tottenham per 20 milioni — Bennacer, Asllani, Ricci, Parisi e Baldanzi. Anche a Genova, sponda Samp, ha dimostrato di saper fare calcio di livello pur con le mani legate dai paletti finanziari del club.
Ma il vero nodo della questione non è il valore di Accardi, così come in passato non lo era quello di Carli, Capozucca o Bonato. Il problema è la tenuta del sistema. Comprare un DS specializzato nella crescita dei giovani e nelle plusvalenze significa accettare che ci saranno momenti difficili, sconfitte e cessioni dolorose.
La vera critica che la piazza muove alla presidenza Giulini non è l’assenza di investimenti, ma la mancanza di coraggio nel difendere le proprie scelte quando il vento gira al contrario. Accardi ha le idee e la fame per invertire la rotta. Resta da capire se la società deciderà finalmente di fare un passo indietro, lasciandogli le chiavi della squadra per i prossimi anni, o se alla prima striscia di tre sconfitte consecutive sentiremo di nuovo parlare dell’esigenza di un nuovo progetto.
Le carte sono sul tavolo. La domanda è sempre la stessa: questa volta qualcuno avrà il coraggio di non rimescolarle?
Siete stanchi di questa perenne transizione o pensate che l’arrivo di Accardi sia finalmente la volta buona per vedere una programmazione seria e duratura? Dite la vostra nei commenti.