Sedici giorni all’inizio della Serie A. Sedici. In qualsiasi società di calcio normale, a questo punto si rifiniscono gli automatismi, si prova l’attacco titolare, si limano i dettagli. Nel Cagliari, invece, sembra di assistere a una commedia all’italiana di quelle in cui tutti entrano in scena contemporaneamente, parlano uno sopra l’altro, sbattono le porte, agitano fogli, certificati, comunicati e nessuno, alla fine, si ricorda perché era iniziata la storia.
La telenovela di Esposito è diventata un capolavoro del genere. Ogni giorno una puntata, ogni puntata un colpo di scena. C’è sempre qualcuno che annuncia qualcosa, qualcun altro che smentisce, un documento che compare, una telefonata decisiva, una trattativa che sembrava chiusa e invece era apertissima. A confronto, le soap opera brasiliane avevano una trama lineare.
Il protagonista, naturalmente, è quello che in teoria dovrebbe limitarsi a fare il centravanti. In pratica è diventato il capro espiatorio perfetto. Ha sbagliato? Può darsi. Ha gestito male la situazione? Probabile. Ma quando in una storia tutte le colpe finiscono ordinatamente sulle spalle di uno solo, mentre gli altri escono di scena con l’aria di chi ha subito un’ingiustizia cosmica, viene il sospetto che il copione fosse scritto da tempo.
Perché, a pensarci bene, questa interminabile rappresentazione ha avuto un effetto curioso: ha spostato completamente l’attenzione. Non si parla più del fatto che il Cagliari aveva probabilmente già deciso di monetizzare. Non si discute della necessità di sostituire il giocatore per tempo. Non ci si interroga sulla programmazione. No: si parla del certificato, della multa, del comportamento, delle dichiarazioni, del procuratore, del cugino del procuratore e forse, tra poco, anche del veterinario del procuratore.
È una magia degna dei grandi illusionisti: il problema sparisce e resta soltanto il colpevole.
Nel frattempo, il presidente della compagnia sembra il ragioniere di una commedia anni Ottanta, quello che gira con la calcolatrice in mano e ripete che bisogna fare i conti, sempre i conti, soprattutto i conti. L’allenatore, invece, assomiglia al povero protagonista che aspetta il rinforzo promesso, guarda il cancello del centro sportivo e ogni volta vede entrare un’altra macchina con dentro un consulente, un intermediario, un osservatore o un esperto di dinamiche relazionali. Il centravanti no. Quello continua a essere un personaggio immaginario.
E poi c’è il procuratore, figura ormai mitologica. Compare, scompare, parla, non parla, lascia intendere, fa trapelare. Più che una trattativa sembra una seduta spiritica.
La cosa davvero comica, però, è che tutto questo rischia di convenire un po’ a tutti. Al giocatore, che continua a stare al centro della scena. Al procuratore, che alimenta il mercato. Alla società, che può presentare la cessione come una dolorosa ma inevitabile conseguenza degli eventi. E così il trasferimento, che forse era l’obiettivo fin dall’inizio, diventa il finale morale della favola: il cattivo esce, i buoni restano.
Peccato che nel calcio il pubblico, dopo un po’, guardi il tabellone.
E il tabellone dice che mancano sedici giorni alla Serie A e il Cagliari ha una campagna acquisti immobile come un’auto parcheggiata in doppia fila. Davanti c’è un solo attaccante di ruolo, dietro ci sono promesse interessanti, ma le promesse non fanno automaticamente quindici gol.
Il punto è tutto qui. Si può vendere. Si deve vendere, se conviene. Ma bisogna anche comprare. E comprare per tempo. Un attaccante non arriva il sabato e segna la domenica come nei film. Deve conoscere i compagni, capire i movimenti, entrare nei meccanismi.
Invece il Cagliari dà l’impressione di essere rimasto intrappolato nella prima scena della commedia, quella in cui tutti discutono animatamente mentre il protagonista cerca disperatamente di spiegare che il treno sta per partire.
Il treno, appunto, parte tra sedici giorni.
Il rischio è che quando finalmente finiranno i titoli di coda della telenovela, ci si accorga che il bomber è rimasto nel copione e non nella rosa.
E questa commedia stile Lino Banfi fa sorridere ma si sarebbe potuta risparmiare ai tifosi rossoblu.