Noi, da bambini, volevamo essere Gigi Riva. Oggi ci accontentiamo della salvezza.
Oggi iniziano i Mondiali, e un velo di malinconia ci avvolge. Un po’ perché non ci siamo per la terza volta consecutiva, ma soprattutto perché abbiamo visto i nostri figli e i nostri nipoti perdersi quell’emozione: la Nazionale che gioca un Mondiale, le serate con gli amici davanti alla TV o a un maxischermo, a gioire e soffrire per il proprio Paese.
Noi quel sogno l’abbiamo vissuto. Ricordiamo ancora con grande nostalgia il Mondiale del ’90: Cagliari ospitava le partite dell’Inghilterra contro Irlanda, Olanda ed Egitto. Era anche l’anno della nostra risalita in Serie A con Ranieri, e la città emanava una magia che poche volte abbiamo rivisto. In quell’estate eravamo tutti Schillaci: l’uomo del Sud, arrivato in Nazionale dalla gavetta. E noi tifosi del Cagliari guardavamo curiosi l’Uruguay per vedere Francescoli, il Principe che ci avrebbe fatto sognare insieme a Fonseca e Herrera — sapendo che di lì a poco l’avremmo visto con la nostra maglia.
Oggi i ragazzi guarderanno il Mondiale per ammirare Yamal, Mbappé, Dembélé, Haaland. Ma sempre più spesso, se chiedete a un bambino quale campione vorrebbe diventare, la risposta non è nemmeno un calciatore. È Sinner. È Pecco Bagnaia. Capita anche qui in Sardegna.
Fino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile. In Italia il calcio non era soltanto uno sport: era il nostro sogno per eccellenza. Intere generazioni sono cresciute immaginando di essere Platini, Maradona, Baggio. Noi, da sardi, avevamo un sogno ancora più grande: essere Gigi Riva. Gigi non era soltanto un fuoriclasse. Era un simbolo. Era l’idea che una maglia, una città e un popolo potessero contare più dei soldi e delle convenienze. Era l’esatto contrario del calcio moderno.
Oggi quel sogno si è appannato. E non è difficile capirne il motivo.
L’Italia ha mancato tre Mondiali consecutivi: 2018, 2022 e 2026. Dodici anni senza la Nazionale sul palcoscenico più importante del calcio. Un bambino nato nel 2014 oggi è un ragazzo e non ha mai visto gli azzurri giocare una partita in un Mondiale. Chi ha figli lo sa bene.
Non è soltanto una crisi sportiva. È una crisi culturale. Perché il calcio vive di emozioni, di appartenenza, di miti. E oggi quei miti sono sempre più difficili da trovare. I giocatori cambiano squadra ogni anno. Le società inseguono le plusvalenze, i prestiti. I procuratori gestiscono carriere come fossero titoli finanziari. Tutto legittimo, certo. Ma alla fine qualcuno paga il prezzo di questo sistema: noi tifosi malati di calcio.
E il Cagliari rappresenta perfettamente ciò che sta accadendo nel calcio italiano. Una volta vedevamo crescere i nostri campioni. Ci affezionavamo agli uomini prima ancora che ai calciatori. Pensiamo alle bandiere del Cagliari. Oggi ogni estate è una rivoluzione: arrivano giocatori, partono giocatori. Chi fa bene viene venduto. Chi arriva sa già che probabilmente resterà poco. Pensiamo a Palestra, talento di rara bravura: ha dato tutto per la nostra maglia, ma il prestito è finito, e con lui il sogno.
La maglia resta. Gli uomini passano. E senza uomini da ammirare, senza bandiere, senza storie che durano nel tempo, anche il sogno si indebolisce.
Forse è per questo che tanti bambini guardano altrove. Vedono in Sinner la forza della dedizione, in Bagnaia il valore del sacrificio e della continuità. Vedono campioni che raccontano una storia comprensibile. Il calcio italiano, invece, sembra raccontare soprattutto bilanci, clausole e trattative.
La vera sconfitta non sono i tre Mondiali mancati, né una salvezza sudata all’ultima giornata. La vera sconfitta sarà il giorno in cui un bambino non saprà più indicare un calciatore come il proprio eroe.
E vostro figlio chi sogna di diventare? Un calciatore, o qualcun altro?
Noi, da bambini, volevamo essere Gigi Riva. Oggi ci accontentiamo della salvezza.
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