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“È normale che…”

“È normale che…”

È normale che si celebri un allenatore esordiente che raggiunge la salvezza.

È normale che il risultato prevalga su tutto il resto.

È normale, oggi, raccontare la stagione di Fabio Pisacane come un successo.

Ma è altrettanto normale farsi delle domande.

La stagione 2025/2026 del Cagliari Calcio è stata, nei fatti, una lunga sopravvivenza. I numeri ad oggi – 8 vittorie, 9 pareggi, 15 sconfitte – descrivono una squadra sempre in equilibrio precario, senza continuità e senza mai dare la sensazione di poter controllare davvero il proprio campionato.

L’identità è stata chiara fin dall’inizio: prudenza, compattezza, gestione. Il 3-5-2 di Pisacane ha costruito una squadra attenta più a non scoprirsi che a proporre. Un calcio attendista, spesso rinunciatario, che ha prodotto pochi gol e tante partite lasciate scivolare via senza un vero tentativo di indirizzarle.

Le critiche, durante l’anno, non sono mancate: un Cagliari troppo passivo, incapace di alzare il ritmo anche contro dirette concorrenti, spesso più concentrato a difendere un punto che a cercarne tre. Soprattutto fuori casa, dove la fragilità è diventata quasi una costante.

Nel momento più difficile, a metà stagione, sono emersi tutti i limiti: poche alternative, poca elasticità, una gestione conservativa che ha trascinato la squadra nei bassifondi. La reazione finale è arrivata, sì, ma senza cambiare davvero natura: più resistenza che rilancio.

E allora il punto diventa inevitabile: il Cagliari ha quasi sempre giocato per non perdere, raramente per vincere. Ha scelto la continuità nella mediocrità, evitando crolli ma rinunciando a qualsiasi salto di qualità.

Eppure questo modello oggi viene esaltato. Si celebra un calcio prudente, difensivo, attendista, come se fosse un traguardo. E mentre questo diventa un riferimento culturale, ci si stupisce della crisi del calcio italiano, dell’assenza ai Mondiali per la terza volta consecutiva. Forse non è solo un problema di risultati, ma di mentalità.

Poi c’è un altro tema, meno raccontato ma altrettanto significativo: la gestione dei singoli.

La stagione ha lasciato dietro di sé più di una perplessità: la giovane stella Kilicsoy finita ai margini, un veterano come Zappa progressivamente ridimensionato, fino alle cessioni di giocatori come Luperto, Prati e Luvumbo. Scelte che sollevano una domanda legittima: valorizzazione o ridimensionamento del patrimonio tecnico?

È normale che si difenda tutto in nome della salvezza.

È normale che il risultato giustifichi le scelte.

Ma è anche normale chiedersi se questo sia davvero il percorso giusto.

Perché salvarsi così può bastare oggi.

Ma siamo sicuri che galleggiare così con Pisacane sia la scelta più opportuna anche per i prossimi anni?

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